sabato 21 aprile 2007

La filosofia del post-umano: nuova frontiera del soggetto di Antonio Caronia, Mario Pireddu e Antonio Tursi

La filosofia del post-umano: nuova frontiera del soggetto

di Antonio Caronia, Mario Pireddu e Antonio Tursi

Non è la prima volta che l’uso di un termine è causa di ambiguità e di confusione nella comprensione del concetto che vuole esprimere o del processo che vuole descrivere. Questo è tipico in particolare dei neologismi con prefisso post-, che si riferiscono al superamento o alla profonda modificazione di una situazione mentre il processo è ancora in corso, e quindi non è ancora chiaro l’approdo, neppure provvisorio, a cui essi tendono. Col termine “post-umano” sta accadendo qualcosa del genere, come peraltro già accadde col termine “post-moderno”. Come in quel caso, post-umano si riferisce a una serie di trasformazioni di portata molto generale che riguardano il rapporto dell’uomo col mondo e i dispositivi di regolazione delle culture: in definitiva l’uso di questo termine segnala che siamo in presenza di nuove caratteristiche del cammino dell’umanità che, iniziato un miliardo e mezzo di anni fa con la comparsa delle prime specie di primati a stazione eretta e a vocazione tecnica, non ha mai smesso di trasformarsi e di ridefinirsi ad ogni nuova tappa del connesso sviluppo delle tecniche e delle culture. È vero che, come nel caso del dibattito sul post-moderno, anche il termine post-umano finisce per coprire una serie di visioni molto diverse e spesso antitetiche, tutte sviluppate a partire dal riconoscimento comune del carattere di nuova soglia tecnologica e culturale che i processi in corso comportano. È bene osservare però che in questo dibattito i sostenitori delle posizioni più radicali ed essenzialiste (coloro, cioè, che mettono l’accento esclusivamente o prevalentemente sulle modificazioni morfologiche a cui l’uomo dovrebbe prepararsi per effetto dei nuovi strumenti messi a disposizione dalle tecnologie informatiche, biologiche e bioinformatiche), preferiscono utilizzare il termine “trans-umano”.

A differenza di questi ultimi (come Hans Moravec, o i redattori della Dichiarazione transumanista del 1999, Max More e altri), non riteniamo che il punto sia quello della nascita – desiderabile secondo loro, da esorcizzare o da respingere secondo altri – di una nuova specie che si appresti a sostituire l’homo sapiens a seguito di una serie di ibridazioni con le tecnologie: queste posizioni le consideriamo deboli, intrinsecamente contraddittorie, e pensiamo anche, come ha osservato il biologo Roberto Marchesini, che esse non superino affatto l’umanesimo e l’antropocentrismo della tradizione occidentale, ma al contrario ne rappresentino una tardiva e iperbolica esaltazione. Il pensiero del post-umano non deve limitarsi ad esaltare acriticamente una “nuova specie” che attraverso la tecnologia sconfigga la morte, ma deve certamente assumere tutta la complessità di una situazione nella quale sono entrati in crisi i tradizionali rapporti fra dato biologico e dato culturale. Post-umano significa, in questo senso, il riconoscimento che l’equilibrio fra componenti culturali e componenti biologiche nell’essere umano sta cambiando in modo più radicale di quanto non sia mai cambiato nella storia della specie, ma che questa discontinuità è comunque effetto di una storia evolutiva che non viene affatto negata. Se i processi di ibridazione stanno subendo un’estensione e un’accelerazione senza precedenti, ciò non deve far dimenticare che l’ibridazione è sempre stata presente nella storia dell’umanità, e che su di essa si è basato ogni processo culturale. Quello che oggi c’è di nuovo è che il ritmo di trasformazione culturale e tecnologica sta mettendo in discussione il ruolo che la biologia dell’essere umano aveva sinora avuto, e cioè quello di segnare il limite dell’evoluzione culturale. Questo è conseguenza del salto che le culture stanno facendo da una scala locale a una scala globale, da una dimensione di adattamento a una dimensione di espansione, da una sfera di intervento limitata alla materialità del mondo esterno alla possibilità di influire direttamente sulla dimensione genetica e biologica dell’essere umano stesso.

Di fronte a processi di tale portata lo sgomento e lo sconcerto possono essere reazioni comprensibili, ma impediscono di valutare con chiarezza la situazione, e soprattutto suggeriscono interventi di rifiuto e di ritorno a uno statu quo ante che, oltre a essere impossibili, ci lasciano disarmati di fronte alle conseguenze più negative dei processi stessi. L’atteggiamento più giusto, di fronte alle tematiche del post-umano, ci pare quello che Karl Marx propose di fronte al capitalismo: non rifugiarsi in un impossibile “ritorno al passato”, ma assumere coraggiosamente la nuova situazione economica, sociale e culturale per fare emergere al suo interno le possibilità di liberazione dell’umanità dallo sfruttamento e dal dominio, un obiettivo che solo le nuove condizioni, e non le antiche, permettevano. Così oggi affrontare i problemi del post-umano significa lavorare perché le nuove possibilità dispiegate dalla tecnologia significhino possibilità di emancipazione e di sviluppo di nuove soggettività.

Confrontarsi con l’orizzonte post-umano comporta aprirsi all’alterità di un mondo globalizzato e abbandonare le rivendicazione di un “umanesimo” che è stato quasi sempre sinonimo di antropocentrismo: oggi che il diverso ci è sempre più vicino, non è più accettabile la pretesa di de-finire l’Uomo in base a limitate categorie (ragionevole, bianco, colto, proprietario, occidentale). Ancora: è stata la cibernetica a mettere addirittura l'accento sulle possibilità comunicative del non-umano, inteso come macchina (o come animale), e appare ormai meramente autocelebrativo il richiamo alla differenza dell'umano in quanto unico essere capace di comunicazione. Tralasciando pure il discorso sulle macchine, è quasi banale ricordare come siano tantissime le specie animali in grado di comunicare, e di farlo in maniera anche molto complessa, non solo tra conspecifici ma anche tra appartenenti a specie differenti. Il concetto di post-umano, dunque, lungi dall'essere anche solo simile a quello di post-organico o trans-umano, implica per noi il riconoscimento della necessaria apertura all'altro e all'alterità per la definizione di ciò che siamo in quanto umani.

Infine, non possono essere taciute le dirette ricadute che il discorso del post-umano ha sulla sfera del politico e dei diritti: a questo proposito non c'è a nostro avviso nessun tentativo di "onnipotenza" nel voler comprendere più da vicino la natura delle relazioni tra uomo e tecnologia – come ha invece suggerito di recente Pietro Barcellona nella sua lectio magistralis in onore di Pietro Ingrao dal titolo "L'epoca del post-umano". Non consideriamo onnipotenza l'utilizzo di determinate competenze per contrastare l'insorgere di nuove malattie o per combatterne di già esistenti. Il problema semmai si pone quando si esercita un controllo tale per cui anche le forme di intervento che più dipendono – o dovrebbero dipendere – dal libero esercizio della volontà individuale vengono negate nel nome di una tensione morale che non sempre appartiene a tutti. Come è accaduto per la legge 40 sulla fecondazione assistita, con cui si è negato il diritto della donna all'utilizzo consapevole delle tecnologie per la procreazione, e come accade quotidianamente per chi sente il bisogno di chiedere la sospensione di terapie che non curano più, ma si limitano a prolungare la morte. In quest'ultimo caso ad essere negato è il diritto al rifiuto consapevole della partnership tecnologica, laddove la si ritenga ormai un peso e non più un aiuto.

L’orizzonte post-umano si presenta, dunque, come richiamo all’autonomia della sfera personale, alla consapevolezza nell'accettazione e nella rinuncia, all’attraversamento delle soglie e all’ibridazione con l’alterità. Non più hybris come momento di crisi ma come motore di coniugazione, non più le tecnologie e i media come meri strumenti ma come parti di noi stessi, del nostro vivere, del nostro abitare.

[“Liberazione”, 21 aprile 2007]

lunedì 2 aprile 2007

Il gioco tra scienza e arte - arrythmiston e rhytmos di Francesco Monico

Nella didattica e nella ricerca dei fenomeni artistici oggi bisogna considerare due vie: da un lato la portata lirica di tali fenomeni, come espressione di una volontà che sdegna di lasciarsi rinchiudere e strutturare in aridi schemi e leggi fisse; dall’altro bisogna proporsi di studiarli nelle loro regolarità formali, di scoprirne i ritmi cioè i loro tracciati, o come intendevano i sofisti , nei loro rhytmos.

Il rhytmos è il susseguirsi regolare e proporzionato del processo artistico così come la loro forma distintiva, la loro figura proporzionata da vincoli, la loro disposizione nello spazio ambientale dei concetti dominanti. Il rhytmos è, dunque, quello che noi oggi rendiamo come modello, struttura e regolarità, oggi conosciuto nel mondo anglosassone come 'pace', cioè l’organizzazione formale delle possibilità creative.

Il concetto opposto è arrythmiston, questo concetto a differenza di quanto molti pensano non è stato prodotto da Aristotele ma da Antifonte il Sofista; l’arrhytmiston è il “libero da struttura” di Heidegger e anche il fondo, “grund”, di Schelling. Ed è nella comprensione di entrambe queste forme che possiamo cogliere un modello. In questo senso rhytmos/arrythmiston possono essere equiparati alla figura/sfondo della gestalt.

La psicologia della gestalt è prima di tutto una teoria della sensazione; la sua tesi è che i processi sensoriali e cognitivi siano organizzati sulla base di configurazioni unitarie e strutturate, secondo il principio olistico per cui il tutto è qualcosa di più e diverso dalla somma delle parti, come nei pincipi emergenti. Perchè nel tutto c’è il “gioco” tra figura e sfondo che crea un’emergenza. Una melodia è più di una somma di suoni, tant’è che può essere eseguita in un’altra chiave o tonalità rimanendo alla fine la stessa la stessa melodia, sebbene le sue componenti prettamente acustiche siano cambiate. Per gli stessi motivi quello che percepiamo, cioè il processo cognitivo creativo è il risultato di un sistema di componenti internamente strutturato in infinite parti in relazione dinamica una con l’altra e una con il tutto.

Si crea così una ristrutturazione delle informazioni provenienti dalla realtà; una riorganizzazione dell’equilibrio sensoriale detto anche 'ratio sensoriale'. In questo senso l’immagine sensoriale è un campo di forze (risonanti), perchè gli elementi in essa presenti, pur separati nello spazio, si condizionano e interagiscono a vicenda, esattamente come le forze elettriche o elettromagnetiche.

Ne risulta che ogni processo creativo è sempre una scelta, ossia una attribuzione, all’interno di un campo di possibilità, di una particolare importanza di certi stimoli considerati utili al processo mentale e di un trascuramento di altri, non considerati utili al processo mentale. L’oggetto è sempre quello ma colto dalla mente in diverse configurazioni.

Il termine che emerge da queste considerazioni è quello di insight, intuizione, che significa letteralmente il “vedere dentro” e indica quel fenomeno per cui un qualsivoglia contenuto mentale appare comunque come un’idea improvvisa e inaspettata.

L’idea di insight è stata usata da T. Khun per spiegare il mutamento rivoluzionario dei paradigmi scientifici, cioè quel fenomeno storico per cui l’intera realtà naturale dà origine all’improvviso a una diversa realtà, tale per cui si attribuisce significato a elementi prima insignificanti, e viceversa.

Così il gioco rhytmos e arrythmiston ha luogo nella progettazione. Entrambi i punti di vista hanno utilità cognitiva e possono essere riportati a due culture, l’arrythmiston lirico è la cultura artistica, il rhytmos strutturato è la scienza.

Oggi la questione delle due culture è superata nel concetto di 'concordanza', cioè la tendenza a unirsi delle principali discipline scientifiche e umanistiche. Oggi la didattica e la ricerca devono affrontare l’opera sia da un punto di vista artistico sia da quello scientifico perché nel gioco tra i due punti di vista ci sarà la possibilità di avere un’esperienza sensoriale dell’opera.

Oggi la sistematizzazione del proprio sapere si ripartisce tra discipline quali la matematica, l'epistemologia, la fenomenologia, la mediologia, la semiotica, la teoria dell’Informazione, la linguistica, la cibernetica, la psicologia. Questo approccio non è nuovo nella tradizione culturale dell’Occidente; fin dalla Poetica di Aristotele e dai canoni di proporzioni delle arti figurative greche i fenomeni estetici sono stati analizzati razionalmente: la filosofia è scienza tecnologica per i greci così come la sophistikè techné, ma la scienza è anche interpretazione immaginativa.

Tuttavia i temi dell’opposizione tra i due approcci, teorizzati dalle filosofie romantiche e idealiste da Schelling e Croce sono diventati dei cliché della nostra cultura: l’artista libero creatore, divino artefice, genio sregolato che agisce rispondendo solo a se stesso. Mentre lo scienziato risponde alla comunità culturale con una metodologia pubblica e per poterlo fare, cerca gli schemi descrivibili della realtà, e quindi in qualche modo la impoverisce per studiarla.

Ma non è difficile trovare i momenti di quella solidarietà che non ha mai cessato di collegare i due ambiti tra loro. Il metodo scientifico ha i suoi momenti cruciali nell’ipotesi e nell’esperimento e anche l’arte moderna e contemporanea si costruisce come esperimento e se tale peculiarità è dichiarata solo da alcuni decenni in realtà essa è presente fin dal rinascimento.

Fondamento e spinta motivazionale alla forma dell’arte e della scienza sono i mezzi produttivi e i rapporti di produzione, cioè la struttura economico-sociale. Così il criterio fondamentale delle attività dell’Accademia come la scienza e l’arte è l’utile, il loro interesse sociale.

La tecnologia corrente è il prodotto della realizzazione dei mezzi produttivi all’interno di uno specifico sistema di rapporti di produzione e essa trova definiti i suoi limiti e le sue linee di sviluppo nella costruzione di un modello di reale, di un processo di realtà, su cui operare il processo scientifico. Il lirismo artistico è una ricerca anarchica e pulsionale dove l’uomo è libero, finalmente, da sé stesso. Oggi l’arte è una scienza portata alle sue estreme potenzialità, e chissà in che cosa si trasformerà.


Per tutto ciò

La didattica cerca di andare alla ricerca delle analogie profonde, delle omologie di struttura tra metodo artistico e metodo scientifico. Così arrythmiston e rhytmos sono entrambe attività di progettazione, di attribuzione di senso, di mediazione della realtà, ed è infine nel loro incontro, che si svela la dinamica bellezza della natura; Arte e Scienza sono momenti della stessa funzione che da senso al mondo, la funzione della prassi cognitiva, del lavoro, e dell’opera.

francesco monico http://www.thelightbrigade.org 02/03/2004

sabato 31 marzo 2007

Per una nuovo approccio critico-creativo allo studio dei media di Amos Bianchi

Nel precedente post 'Zibaldone di pensieri sulla didattica' del 1 marzo 2007 vi è testimonianza della mia seguente ipotesi; quella che il problema attuale dell'arte applicata alle tecnologie sia un problema di comprensione dell'arte, ovvero una tendenza degli studenti a sviluppare percorsi di ricerca artistica finalizzata solo a una propria auto-comprensione che ne aliena la partecipazione e comprensione da parte dei colleghi e dello stesso corpo docente. Tale atteggiamento può avere un suo senso precipuo nell'esperienza artistica in quanto tale, ma può rappresentare un vincolo dal punto di vista dell'esperienza didattica. Per ovviare a ciò ho proposto un recupero della fenomenologia. Tale recupero deve altresì aprire la stessa disciplina verso un dialogo con il contesto della ricerca artistica e creativa.

Questi pensieri sono stati condivisi e e elaborati con Francesco Monico, la mia proposta quindi si sostanzia nel seguente schema:

Il metodo (20 ore):

  • Sospensione del giudizio;

  • Intenzionalità;

  • Livelli di senso;

  • Intersoggettività

I testi consigliati sono: Husserl E., L'idea della fenomenologia, Milano 2006; AAVV., La Fenomenologia, Torino 2002; antologia di brani da Kant, Baudelaire, Poe, Valery, Heidegger, Merleau-Ponty, Focault.



La poetica (20 ore):

  • La condivisione dei livelli di senso;

  • dal corpo alla condivisione del senso: quale linguaggio? Quale medium?

  • Il kitsch;

  • La descrizione.

Testi consigliati sono: Kundera M., L'arte del Romanzo, Milano 1988; Kundera M., Il sipario, Milano 2005; antologia di testi di letteratura dal XVI al XX secolo Rabelais, Cervantes, Sterne, Diderot, Balzac, Flaubert, Dostoevskij, Bulgakov, Broch, Proust.



Laboratorio 1 (20 ore d'aula):

Tutti gli studenti sono invitati alla stesura di un racconto, di lunghezza a scelta, sulla percezione del suono. I racconti migliori vengono raccolti e pubblicati su www.lulu.com

Laboratorio 2 (20 ore d'aula)

Gli studenti sono invitati a portare in aula una propria composizione sonora, di qualsiasi genere. Attraverso il confronto intersoggettivo, si intende arrivare alla descrizione dei livelli di senso che la classe descrive all'ascolto dei brani.




giovedì 29 marzo 2007

Maresa Lippolis riporta un intervento di Florian Schneider su http://summit.kein.org/node/190

Riporto integralmente un intervento molto interessante di Florian Schneider apparso sul sito di summit (http://summit.kein.org/node/190), un convegno che vuole ragionare su strategie 'non allineate' nell'ambito della formazione. Posto qui il link perche' e' proprio dall'approccio fenomenologico e con una riflessione sulla collaborazione che si puo' giungere alla definizione di una nuova forma di "intersoggettivita'".



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Florian Schneider: Collaboration

If one principle could be seen to inform the opaque surface of what in the 1990s was called a "new economy" -- the shifts and changes, the dynamics and blockades, the emergencies and habit formations taking place within the realm of immaterial production -- it would certainly be: "Work together".

Facing the challenges of digital technologies, global communications, and networking environments, as well as the inherant ignorance of traditional systems towards these, 'working together' has emerged as an unsystematic mode of collective learning processes.

Slowly and almost unnoticeably, a new word came into vogue. At first sight it might seem the least significant common denominator for describing new modes of working together, yet "collaboration" has become one of the leading terms of an emergent contemporary political sensibility.

Often collapsed into the most utilitarian understanding, 'collaboration' is far more than acting together, as it extends towards a network of interconnected approaches and efforts. Literally meaning working together with others, especially in an intellectual endeavor, the term is nowadays widely used to describe new forms of labour relations within the realm of immaterial production in various fields; yet despite its significant presence there is very little research and theoretical reflection on it. This might be due to a wide range of partly contradictory factors that are interestingly intertwined.

As a pejorative term, collaboration stands for willingly assisting an enemy of one's country, especially an occupying force or malevolent power. It means working together with an agency with which one is not immediately connected. Most prominently, "collaboration" became the slogan of the French Vichy regime after the meeting of Hitler and Marshall Petain in Lontoire-sur-le-Loir in October 1940. In a radio speech Petain officially enlisted the French population to "collaborate" with the German occupiers, while the French resistance movement later branded those who cooperated with the German forces as "collaborators".

Despite these negative origins, the term collaboration is mostly used today as a synonym for cooperation. Dictionary definitions and vernacular uses are generally more or less equivalent; but etymologically, historically and politically it seems to make more sense to elaborate on the actual differences between various coexisting layers of meaning.

Is it in principle, possible to make a relevant distinction between cooperation and collaboration and to what end? If so, what characterizes the constellations, social assemblages and relationships in which people collaborate? And last but not least: Does this have any impact for the current debate on education?

What follows are seven notes and propositions in which I try do adress these questions in a very preliminary, eclectic and sketchy way.

1.

In pedagogical discourse, both cooperation and collaboration are relatively new terms. They emerged in the 1970s in the context of "joint learning activities" and "project-based learning", which were supposed to break with an authoritarian teacher-centred style of guiding the thinking of the student.

What might be defined as "educational teamwork" corresponds to an idea promoted at the same time by management theory; that is, in a teamwork environment, people are supposed to understand and believe that thinking, planning, decisions and actions are better when done in cooperation.

At the beginning of the last century and well ahead of his time, Andrew Carnegie, steel-tycoon and founder of Carnegie Technical Schools, said: "Teamwork is the ability to work together toward a common vision, the ability to direct individual accomplishments toward organizational objectives. It is the fuel that allows common people to attain uncommon results."

To this day, this famous quote has probably featured prominently in a myriad powerpoint presentations by human resource managers across the globe, but its central argument only became a reality in the early 1980s, when the crisis in the car manufacturing industries triggered the first large scale proliferation of the concept of teamwork in the realm of industrial production.

Factories that had hitherto been characterized by a highly specialized division of labour usually coupled with a strong self-organization of the workers in trade unions were turned upside down: teamwork started being considered as a prerequisite for breaking the power of the unions, dropping labour costs and moving towards so-called 'lean' production, which was seen at the time as a response to global competition and the success of Japanese exports to the US and Europe in particular.

In late industrial capitalism the notion of teamwork represented the subjugation of workers' subjectivity to an omnipresent and individualized control regime. The concept of group replaced the classical one of "foremanship" as the disciplining force. Rather than through repression, cost efficiency was increased by means of peer-pressure and the collective identification of relatively small groups of multi-skilled co-workers.

The model of teamwork soon spread across different industries and branches, yet without any great success. Meanwhile, various research studies showed that teams often make the wrong decisions, especially when the task involves solving rather complex problems. Teamwork frequently fails for the simple fact that internalized modes of cooperation are characterized by "hoarding" or stockpiling, quite the opposite of knowledge sharing: in the pursuit of a career, relevant information must be hidden from others. Joining forces in a group or team also increases the likelihood of failure rather than success; awkward group dynamics, unforeseeable external pressures and bad management practices are responsible for the rest.

This overall failure is even more staggering if we consider that rapid technological development and the availability of global intellectual resources were supposed to have increased the pressure on individuals to exchange knowledge within and between groups. Yet as knowledge became the main productive force, neither the free wheeling and well-meaning strategies of anti-authoritarianism nor the brutal force of coercing cooperation seemed capable of establishing any new dimensions of the dynamics of 'working together'.

2.

Increasing evidence shows that 'working together' actually occurs in rather unpredictable and unexpected ways. Rather than through the exertion of the alleged generosity of a group made up of individuals in the pursuit of solidarity, it often works as a brusque and even ungenerous practice, where individuals rely on one another the more they chase their own interests, their mutual dependence arising through the pursuit of their own agendas. Exchange then becomes an effect of necessity rather than one of mutuality, identification or desire.

This entails an initial level of differentiation between cooperation and collaboration: in contrast to cooperation, collaboration is driven by complex realities rather than romantic notions of common grounds or commonality. It is an ambivalent process constituted by a set of paradoxical relationships between co-producers who affect one another.

In "Le Maître ignorant", published in 1983, Jacques Rancière indicates that ignorance is the first virtue of the master or teacher. He gives the example of Joseph Jacotot, an exiled French revolutionary, professor of French literature at the University of Louvain in Belgium from 1815. Jacotot taught French to his Dutch-speaking students in the absence of a shared language, through what appears to be an entirely collaborative method: without setting up a common agenda, identifying a common ground or communicating through a shared set of tools, he "placed himself in his students' hands and told them, through an interpreter, to read half of the book with the aid of the translation, to repeat constantly what they had learned, to quickly read the other half and then to write in French what they thought about it." This "teaching without transmitting knowledge", as Rancière defines it, seemed to be incredibly successful, because it granted a level of autonomy to the students who acquired their own knowledge as they deemed useful and independently from their teacher.

Rancière's example is particularly enlightening in the context of collaboration and its relation to notions of hierarchy which so much of collaborative disoiurse deems to have vanquished. It exposes the hypocrisy of the supposed anti-authoritarianism that essentially underlies many notions of cooperation. This misconception might be seen as the practice of liberally weakening the position of power, yet ignoring the inherent paradox of doing so, so that in an infinite line of regression power reappears even stronger than before. The more it tries to explain, mediate, communicate or teach, the more it reaffirms the distance, inequality and dependency of those who lack knowledge on those who seem to possess it. The same applies to cooperation and teamwork: a presumption of equality actually extends both discrimination and exploitation while seemingly providing continuous evidence in support of such an illusion, as if there were no radically different modes of working together.

3.

The work of Jacotot's students can be seen as a form of collaboration with their teacher that flattens the hierarchies and does away with the teacher-student relationship altogether, without romanticising it. Through collaboration hierarchies are neither criticised nor morally disapproved of and hypocritically discarded. This way of working together is capable of ignoring the ignorance of the ignorant and of pauperizing the poverty of the pauper precisely because collaborators are neither questioning obvious authority nor pretending to be equal. Instead they have worked out a system not of exchange but of flow in which these positions are avoided altogether.

Collaborations are the black holes of knowledge regimes. They willingly produce nothingness, opulence and ill-behaviour. And it is their very vacuity which is their strength. Unlike cooperation, collaboration does not take place for sentimental reasons, for philanthropical impulses or for the sake of efficiency; it arises out of pure self interest. Collaborations could reveal the amazing potential whereby an ignorant, poor or otherwise property-less person can enable another ignorant, poor or otherwise property-less person to know what he or she did not know and to access what he or she did not access. It does not entail the transmission of something from those who have to those who do not , but rather the setting in motion of a chain of unforseen accesses.

Shifting the focus away from its components and outcomes, collaboration is a performative and transformative process: the sudden need to cross the familiar boundaries of one's own experiences, skills and intellectual resources to enter nameless and foreign territories where abilities that had been considered "individual" marvellously merge with those of others. In this sequence, outcomes and processes follow an inverse relation as do the relations of power. For what comes about is not the 'granting' of access but a recognition across the board of those involved in the process, that it is the unexpected multiplicity and uncertain location of the points of access that is at stake in the exchange.

4.

Translating the concept of collaboration back to the context of education also points to a reverse-engineering of the teacher's role. Etymologically, in Greek and Latin "pedagogue" or "educator" means "drawing out" or "pulling out" and refers to an ancient Greek practice: a family slave called "pedagogue" used to walk the child from the private house to a place of learning. Rather than the teacher, who was supposed to have and transmit knowledge, the pedagogue was the person who accompanied the student to the place where the teacher imparted it.

This rather spatial notion of bringing somebody across a specific border evokes striking associations with human trafficking. The escape agent or "coyote" - as it is named at the US-Mexican border - supports undocumented border crossers who want to make it from one nation state to another without the demanded paperwork. Permanently on the move, only temporarily employed, nameless, anonymous and constantly changing faces and sides, the coyote is, in an ironic way, the perfect role-model for both education and collaboration. As a metaphor it serves the purpose of destabalising the idea of 'knowledge in movement' away from its always assumed progressive direction. Instead it allows for a certain degree of illegitimacy inherent in all forms of collaboration and distinguishes it from the always perfectly sanctioned and legitimate nature of cooperation. By extracting a principle of mobility and perceiving the lack of legitimacy as enabling as opposed to criminally inhuman and disabling, the 'coyote' who may or may not be motivated by self gain without ideological committment, produces a possibility whose parameters cannot be gaged.

The "coyote's" motivations remain unclear or, shall we say, do not matter at all. The "coyote" is the postmodern service provider par excellence. The fact that there is no trust whatsoever between those engaging in the transcation, does not actually play any part in the unfolding of its play. Here , we might say, conceptual insecurity overrides the financial aspects of the collaboration and triggers a redundancy of affects and perceptions, feelings and reactions. Those who do not need the coyote's support hunt and demonize it; those who rely on the coyote's secret knowledge and skills appreciate it all the more. The extreme polarities of these responses instantiate the range of the collaborative field and the impossibility of navigating it through moralising vectors.

Ultimately, collaboration with a coyote generates pure potential: ranging from the dream of a better life to the reality of pure living labour power ready to be over-exploited in the informal labour market. If it wasn't for its totally deregulated character, this practice would bear similar results to that of traditional educational systems; we might say that in this exchange nothing can be claimed for material existence, let alone possession, but neverthelss something very precious and entirely precarious comes into being; pure imagination, yet potentially powerful beyond measure.

5.

Against the background of postmodern control society, collaboration is about secretly exchanging knowledge independently of borders. It stands for the attempt to regain autonomy and get hold of immaterial resources in a knowledge-driven economy. It no longer matters who has knowledge and who owns the resources; what matters is access: not a generously granted accessibility but a direct, immediate and instant access, often gained illegally or illegitimately.

While cooperation involves identifiable individuals within and between organizations, collaboration expresses a differentiated relationship made up of heterogeneous elements that are defined as singularities. As such they are not identifiable or subject to easy categories of identity, but defined out of an emergent relation between themselves. As such collaboration is extra-ordinary in so far as it produces a discontinuity and marks a point of unpredictability, however deterministic. Its unpredicatbility takes the form of not being able to entirely categorise the components of the collaborative process, even when its general aim or drive may be steering it in a particular direction.

Rationality has here been replaced by a kind of relationality that constantly decomposes and recomposes information in order to make temporary use of unexpected dynamics and contingencies: from stock market speculation to the development of network protocols, from the production of new forms of aesthetics in art and culture to a generation of political activism with global aspirations.

People meet and work together under circumstances where their efficiency, performance and labour power cannot be singled out and individually measured; everyone's work points to someone else's. Making and maintaining connections seems more important than trying to capture and store ideas. One's own production is very peculiar yet it is generated and often multiplied in networks composed of countless distinct dependencies and constituted by the power to affect and be affected. At no point in the process can this be arrested and ascertained, for it gains its power by not having explicit points of entry or exit as a normative work scenario might.

This excess is essentially beyond measure; collaboration relates to the mathematical definition of singularity as the point where a function goes to infinity or is somehow ill-behaved. The concept of singularity distinguishes collaboration from cooperation and refers to an emerging notion of precariousness, a systemic instability. this in turn can be seen as the crisis associated with the shift and transition from cooperation to collaboration in modes of working together.

The nets of voluntariness, enthusiasm, creativity, immense pressure, ever increasing self-doubt and desperation are temporary and fluid; they take on multiple forms but always refer to a permanent state of insecurity and precariousness, the blue print for widespread forms of occupation and employment within society. They reveal the other side of immaterial labour, hidden in the rhetoric of 'working together'.

6.

Today it is tremendously urgent to learn how to deal with such excess. This is not simply the realm of an exclusive minority of geeks, nerds, drop-outs and neurotic freelancers; it invests a rapidly growing global immaterial labour force that is confronted with the prospect of life-long learning witout the complimentary prospect of there ever having a teacher or a schoolbook in store, because knowledge emerges as useless as soon as it can be commodified and reproduced as such.

The crucial question is how a form of education to collaboration is possible that is not reduced ad absurdum to become the application of truism after truism. Certainly this would not mean the staging of a collaborative process within the classroom or other spaces of learning. This debate can take place at a meta-level or around the issue of "un-organizing" oneself in order to be aware and ready for the future challenges of collaborative working environments. It can takle place in the fragementation of the components of bodies of knowledge and their re-alignemnt with one another according to other principles. Or it can take place in the removing of pre-determined directions around the flows of knowledge.

Cooperation necessarily takes place in client-server architectures. It follows a metaphorical narrative structure, where the coherent assignment of each part and its relation to the others gets reproduced over and over again. The current educational system mirrors this structure and is therefore essentially incapable of responding to contemporary challenges, let alone future ones. Even worse, the more the system attempts to re-modernize itself, the more it sinks in the swamp of commodification, homogenization and hierarchization. Obviously the problem lies with the educational system's understanding of what contemporary imperatives are and its insistance that these must have an 'applicable' function. If a model of collaboration were to be applied to educational cultures , then it would have to accept an inabilty to predetermine outcomes even while sharing a set of aspirations or directives or being anchored in a set of recognised probelamtics.

7.

Collaboration entails rhizomatic structures where knowledge grows exuberantly and proliferates in unforeseeable ways. In contrast to cooperation, which always implies an organic model and a transcendent function, collaboration is a strictly immanent and wild praxis. Every collaborative activity begins and ends within the framework of the collaboration. It has no external goal and cannot be decreed; it is strict intransitivity, it takes place, so to speak, for its own sake.

Collaborations are voracious. Once they are set into motion they can rapidly beset and affect entire modes of production. "Free" or "open source" software development is probably the most prominent example for the transformative power of collaboration to "un-define" the relationships between authors and producers on one side and users and consumers on the other side. It imposes a paradigm that treats every user as a potential collaborator who could effectively join the development of the code regardless of their actual interests and capacities. Participation becomes virtual: It is enough that one could contribute a patch or file an issue, one does not necessarily have to do it in order to enjoy the dynamics, the efficacy and the essential openess of a collaboration.

In the last instance, the democratic or egalitarian ambition has migrated into the realm of virtuality: Open source developer groups usually do not follow the patterns and rules of representative democracy, the radical notion of equality reveals in the general condition that everyone has instant and unrestricted access to the entire set of resources that form a development. The result is as simple as it is convincing: Those who disagree may "fork" and start their own development branch without loosing access to the means of production.

forms of collaboration:

- debugging

- patching

- contributing: cvs

On the internet, distributed non-hierarchical information architectures are characterized as "peer-to-peer" (P2P) networks. They emerged in the 1990s and triggered a revolution of the conventional distribution model. These networks were first designed to exchange immaterial resources such as computing time or bandwidth, mainly in scientific academic contexts. Their aim was to overcome technological limits, incapacities and shortages by combining the existing free resources.

Since the late 1990s the same network architecture has been used to exchange relevant content: music and movies were distributed amongst ordinary personal computers that worked as both downstream and upstream nodes in mushrooming networks.

The enormous success of these projects, from "Napster" to "BitTorrent" - currently estimated to account for nearly half of the total of internet traffic - enabled people who do not know each other and probably prefer to not know each other to actually "share" their hard drives. In fact, their anonymous relationships are based on the irony of sharing, even in a strictly mathematical sense: due to lossless and cost free digital copying the object of desire is indeed multiplied rather than divided.

In the last instance collaborations are driven by the desire to create difference and refuse the absolutistic power of organization. Collaboration entails overcoming scarcity and inequality and struggling for the freedom to produce. It carries an immense social potential, as it is a form of realisation and experience of the unlimited creativity of a multiplicity of all productive practices.

The possibility of relating these notions of collaboration to contemporary education and pedagogy, have less to do with emulating their operating modes and more to do with their ability to inspire a realignment of the relations in the field. Not limited to the seeming good intentions and democratising impulses of the 'working together' dimension of collaboration, in education this might mean rethinking both the direction and flow of its activities. For example the shifting of the focus of attention away from the exclusive direction of instructor to instructed, or shifting the directions of the exchanges that take place towards a circulation that values everything that is already within it. It might also mean thinking education's outcomes away from previously established criteria and towards the ability to constantly affect and restructure its own field.

martedì 27 marzo 2007

Jacopo Martinoni cita Alexieff sull'esperienza dell'animazione

(…) Quando compongo un illustrazione, cerco le pose solide più vantaggiose: evito le angolazioni difficili, gli scorci ingrati. Animando un film non posso omettere nessuno degli aspetti per i quali la logica del movimento mi obbliga a passare. Devo studiare molte cose da cui la pittura si dispensa: devo conoscere l’ottica, l’ottica fisiologica, la psicologia, la neuropsicologia della percezione visiva (scusatemi ma si chiama così), la sensiometria e la musica (e ne dimentico alcune).

Animando i pendoli composti per tracciare delle figure astratte, ho ripreso il corso di fisica elementare. In più ho imparato che l’uomo ha tre maniere di percepire gli oggetti in movimento, a seconda delle loro velocità in rapporto con qualcosa che non saprei spiegare, e che ho dovuto chamare “velocità di osservazione”.

I tipi di questi modi di osservazione sono: l’elica di un aereo, percepita come un disco translucido e brillante, “totalizzato”. La luna, che non si vede muovere (ma che si può “totalizzare” con una lunga posa fotografica); e infine il modo di vedere che tutti conoscono, che percepisce sia la forma dell’oggetto sia il suo movimento(e che la fotografia può “totalizzare” altrettanto bene).

La TOTALIZZAZIONE mi ha insegnato la relatività delle nozioni di velocità e di forma degli oggetti. Posso affermare che l’animazione insegna a conoscere meglio la maniera in cui l’uomo vede e pensa. Essa mi ha permesso di entrare nella vera quarta dimensione, aprendomi un universo sconosciuto, di cui mi sono servito per realizzare degli effetti nuovi.

Allo stesso modo in cui la pittura sviluppa la coscienza dei colori, dei valori e delle forme, l’animazione sviluppa la coscienza dei movimenti e delle durate.

Io passo dei bellissimi momenti nel mio piccolo giardino, a osservare il gioco delle migliaia di piccoli soli “flou” di cui il fogliame del mio tiglio ha filtrato le immagini. La minima brezza imprime, a questa festa, delle coreografie che sono inavvertite da voi, perché voi non fate dell’animazione.

(…)


Alexandre Alexeieff

Dalla prefazione del libro “Cartoons” di Gianalberto Bendazzi.

giovedì 22 marzo 2007

Second Life di Mario Gerosa

Naba, Nuova Accademia di Belle Arti Milano, Via Darwin 20, 20144 Milano, 28 marzo 2007, ore 18.00, Aula Magna, Spazio Elastico

Meltemi editore è lieta di invitarla alla presentazione del volume

Second Life, di Mario Gerosa

Insieme all’autore, interverranno:

Andrea Benassi, ricercatore e sviluppatore all'Indire (Istituto Nazionale di Documentazione per l'Innovazione e la Ricerca Educativa) di Firenze. È titolare di SecondLifeBlog.it.

Pierluigi Casolari, giornalista, scrittore, critico d'arte, studia le intersezioni tra new media, arte e cultura.

Francesco Monico, critico media, ricercatore di forme culturali e mediazioni tecnologiche, è coordinatore del Dipartimento di Media Design della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.

Giuseppe Nelva, consulente per creazioni in Second Life, ha creato una linea di abbigliamento chiamata Musashi-Do Fashion e ha lanciato il brand Musashi-Motorsports.

Un evento, organizzato dalla Naba e da Meltemi editore, per raccontare e ragionare su Second Life, insieme a protagonisti ed esperti, e con il ricorso a immagini e fotografie del mondo virtuale più famoso.

Second Life è un mondo virtuale, una terra di nessuno e di tutti cui chiunque può accedere, per soli dieci dollari, creandosi una vita parallela a quella reale. Con un avatar e un po’ di Linden $ (la moneta di SL, che si acquista, si vende e ha la sua quotazione anche nel mondo reale), si possono aprire un locale notturno, un’agenzia di modelle, un concessionario d’auto o una linea di abiti virtuali.

In SL si possono ottenere prestigio, fama, ricchezza che si riflettono anche nella vita reale, come è accaduto alla stilista Aimee Weber, il cui avatar in treccine e autoreggenti è stato protagonista della mostra 13 Beautiful Avatars alla Columbia University; all’agente immobiliare Anshe Chung, che nel novembre 2006 ha festeggiato il primo milione di dollari veri guadagnato con transazioni virtuali; all’ingegnere Bruno Echegaray, che ha creato “Parioli”, un omaggio all’italian style ma anche un luogo di sperimentazioni per attività e servizi in SL.

Più di 3 milioni di residenti provenienti da ottanta paesi e circa mezzo milione di utenti che abitano regolarmente le diverse isole di Second Life, da quelle dedicate al gioco a quelle a luci rosse, dalle simulazioni di epoche passate agli scenari avveniristici di possibili metropoli del futuro: forse SL non rappresenta il prototipo per il web 3.0, ma è certo un esempio dei trend che stanno definendo la convergence culture contemporanea, dove ogni storia, marchio, relazione, proprietà intellettuale si muoverà sul maggior numero di piattaforme mediatiche.

Mode, luoghi, espedienti: a chi voglia entrare nel mondo di Second Life, per curiosità o in cerca di una seconda opportunità di vita, questo libro fornisce tutte le indicazioni necessarie, anche attraverso le parole dei suoi protagonisti.

Mario Gerosa, giornalista, redattore capo della rivista «AD Architectural Digest Italy», si occupa anche di virtuale. Membro dell'Omnsh (Observatoire des mondes numeriques en sciences humaines), ha lanciato il Progetto per preservare il patrimonio dell'Architettura Digitale. Di recente ha pubblicato Mondi virtuali (2006).